Dal 7 maggio al Teatro del Lido di Ostia e poi ad Acilia-Dragoncello, lo spettacolo di LABirinti APS racconta la storia di donne internate perché “diverse”. Un viaggio tra memoria, corpo e denuncia contro i meccanismi di controllo del femminile. Ingresso gratuito

Ostia (Rm) - Quattro donne, quattro destini segnati da un’accusa invisibile ma potentissima: essere fuori dagli schemi.

E' questo il cuore di “Pazze d’amore”, lo spettacolo prodotto da LABirinti APS, che debutta il 7 maggio al Teatro del Lido di Ostia per poi proseguire il 9 e 10 maggio al teatro dell’Accademia Santa Rita, a Dragoncello.

La scena si muove all’interno di un manicomio femminile tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, un periodo in cui scienza, morale e controllo sociale si intrecciano fino a trasformare la libertà delle donne in una colpa.

Quando la libertà diventava follia

Alla base della narrazione c’è un impianto storico preciso, che affonda le radici nelle teorie di Cesare Lombroso, secondo cui la donna sarebbe stata naturalmente inferiore e incline all’instabilità mentale.

Un paradigma che ha contribuito a legittimare pratiche repressive, culminate con la legge manicomiale del 1904, che consentiva l’internamento anche per comportamenti ritenuti contrari alla morale o all’ordine pubblico.

In questo contesto, diventavano “pazze” le donne che pensavano, che sceglievano, che rompevano i ruoli tradizionali. Donne “indocili”, “troppo loquaci”, “troppo libere”.

Un racconto che parla al presente

Scritto e interpretato da Daria Di Bernardo, con la regia di Marianna Manca, lo spettacolo si nutre di testimonianze e documenti storici, ma non resta confinato al passato.

“Pazze d’amore” è una riflessione contemporanea sulla violenza di genere e sui meccanismi di controllo del corpo femminile, raccontata attraverso un linguaggio che unisce simbolo, archetipo e fisicità.

La memoria si trasforma in presenza scenica per interrogare il presente – spiega Di Bernardo – perché certi meccanismi non appartengono solo alla storia”.

Il corpo come spazio di resistenza

Il lavoro di LABirinti APS si fonda su una ricerca teatrale che mette al centro il corpo e l’esperienza umana.

Attraverso tecniche che spaziano dal metodo Grotowski alla bioenergetica, lo spettacolo costruisce una narrazione che non è solo racconto, ma esperienza sensoriale e collettiva.

Il palco diventa così uno spazio di restituzione: le vite negate tornano a parlare, i silenzi si trasformano in voce, la storia in presenza viva.

Un progetto tra arte e impegno sociale

Finanziato con i fondi dell’8x1000 della Chiesa Valdese, “Pazze d’amore” si inserisce in un percorso artistico che intreccia teatro e impegno civile.

Non solo spettacolo, ma atto politico e culturale, capace di riportare alla luce una pagina rimossa della storia italiana e di metterla in dialogo con il presente.

Come prenotare

L’ingresso è gratuito, ma è obbligatoria la prenotazione.

Per partecipare è possibile contattare il numero 389 483 7762 oppure scrivere all’indirizzo email labirinti.alfa@gmail.com

Il calendario delle repliche

Lo spettacolo sarà in scena il 7 maggio alle ore 21 al Teatro del Lido di Ostia, il 9 maggio alle ore 21 e il 10 maggio alle ore 18 presso il teatro dell’Accademia Santa Rita.

LABirinti APS: teatro come ricerca e trasformazione

LABirinti APS porta avanti una pratica teatrale fondata sulla ricerca-azione partecipata e su un lavoro laboratoriale continuo, che unisce espressione artistica e crescita personale.

Il metodo integra approcci diversi – dal teatro fisico alla bioenergetica – con un’impostazione maieutica che mette al centro la persona prima ancora dell’attore. L’obiettivo è costruire un teatro che nasca dall’esperienza reale, capace di raccontare la dimensione sociale, esistenziale e corporea dell’individuo.

Le loro produzioni non sono semplici rappresentazioni, ma percorsi di scoperta, in cui il teatro diventa strumento di consapevolezza e trasformazione.

Una memoria che non può essere rimossa

“Pazze d’amore” non è solo teatro: è un atto di restituzione.

Racconta un passato in cui la libertà femminile veniva repressa con la forza, ma allo stesso tempo invita a interrogarsi su quanto di quei meccanismi sia ancora presente oggi.

Perché, in fondo, la linea tra normalità e follia è stata spesso tracciata da chi deteneva il potere. E riscriverla resta, ancora oggi, una sfida aperta.