01/03/2019

‘Apriti ai nostri baci’: domenica 3 marzo la danza in scena al Teatro del Lido di Ostia

Inserito in: Teatro
Sul palco uno spettacolo che nasce dal desiderio di riflettere sul valore simbolico acquisito, tra il Novecento e il Duemila, da un elemento architettonico ed edilizio solo in apparenza insignificante e puramente funzionale, come il muro

Ostia - Domenica 3 marzo (ore 18) la danza in scena al Teatro del Lido di Ostia con Apriti ai nostri baci, uno spettacolo del Gruppo e-Motion per la regia e coreografia di Francesca La Cava e su drammaturgia di Guido Barbieri.

Il Novecento, secondo Christian Boltanski, è un muro. Un muro di ferro, immenso, sul quale si aprono centinaia di cassetti. Su ogni cassetto è stampato un numero e dentro ogni cassetto è nascosta una vita. O meglio le tracce di una vita: un certificato di nascita, una fotografia, un atto di proprietà, un documento di identità. Quel muro si intitola “Personnes”, cioè “persone”, ma anche “nessuno”. Il secolo nel quale sono nati i tre quarti dell’umanità è infatti diviso a metà da una contraddizione alta (per l’appunto) come un muro: da un lato è il secolo in cui l’individuo è la base ortogonale della società, in cui la persona, con il corredo dei suoi bisogni dei suoi desideri, occupa il vertice del sistema dei valori. Ma dall’altro è il secolo dei consumi di massa, della cultura di massa: l’insieme degli individui che compongono la comunità sociale è, paradossalmente, la misura di quegli stessi bisogni e di quegli stessi desideri.

Per un verso la persona detta le leggi della convivenza collettiva, per l’altro si scioglie nel magma indifferenziato della folla. L’uomo massa diventa l’uomo atomo, la persona diventa nessuno, la convivenza solitudine. Per questo, nella visione di Boltanski, il muro è il simbolo del Novecento: da una parte è duro, compatto, inscalfibile, è il muro delle moltitudini, ma dall’altra contiene le vite dei tanti nessuno che popolano la storia. È il muro dei moti contrari: il muro che esclude, ma che al tempo stesso protegge, che al di là spaventa e al di qua rassicura ad alta definizione, i simboli dei movimenti di massa che percorrono il Novecento, che ne fanno il secolo delle persone e al tempo stesso il secolo dei nessuno.

L’idea di Apriti ai nostri baci. Studio sul concetto di muro, nasce dalla necessità e dal desiderio di riflettere sul valore simbolico acquisito, tra il Novecento e il Duemila, da un elemento architettonico ed edilizio apparentemente insignificante e puramente funzionale come il muro. In realtà il muro ha iniziato ben presto, nella storia delle idee, ad assumere una precisa connotazione simbolica. Non a caso ha assunto una posizione di privilegio, nella mitologia classica, da quando Ovidio lo ha elevato a ‘protagonista silenzioso’ del mito di Piramo e Tisbe. Ed è proprio alle parole di Ovidio che è ispirato, come si può facilmente intuire, il titolo del progetto.

Molti secoli dopo, nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, il muro dei due amanti separati si trasforma nella sua deformazione parodistica, per indossare nuovamente la maschera tragica nei romanzi novecenteschi di Sartre, di Christa Wolf e di Agotha Kristof. In questi ultimi cinquanta anni abbiamo assistito però, al di fuori dei sentieri letterari, ad un incessante processo di simbolizzazione che ha fatto del ‘muro’ un ‘Muro’, ossia una delle icone più significative e rappresentative della contemporaneità. Oggetto dello ‘studio’ drammaturgico sul concetto di muro sono dunque alcuni muri reali, concreti tra i molti che sono nati, e che continuano a nascere, lungo i solchi più profondi del pianeta.

Ad esempio il muro di sabbia che separa il Marocco dal Sahara Occidentale, il muro di Tijana, ossia la barriera di sicurezza che divide il Messico dagli Stati Uniti, la Peace Lines di Springmartin Road a Belfast, cioè la parete di cemento che divide la comunità cattolica da quella protestante, la barriera di dodici chilometri lungo il fiume Evros che separa la Grecia dalla Turchia, le inferriate costruite per separare Ceuta e Melilla dal territorio del Marocco e infine il muro di cemento che per 790 chilometri chiude in un cerchio quasi perfetto l’intero territorio della Cisgiordania. Nessuno di questi muri verrà però rappresentato, messo in scena, esibito o documentato.

Il muro che occuperà costantemente il palcoscenico sarà la somma e al tempo stesso la sottrazione di tutti i muri realmente esistenti. I ‘materiali di costruzione’ del ‘muro di scena’ saranno infatti costituiti dai corpi dei danzatori. Saranno loro a costruire e a de-costruire, ad alzare e ad abbattere le barriere che di volta in volta prenderanno forma. I muri della storia, quelli di Belfast o della Cisgiordania, saranno solamente ‘dipinti’, proiettati sui corpi ‘nudi’ dei danzatori. Le figure umane saranno dunque al tempo stesso schermo e materiale, riflesso della realtà, ma anche superficie mobile, instabile, inquieta, in costante e perenne movimento. Le moltitudini di donne, di uomini e di bambini che sono stati divisi, in quest’ultimo mezzo secolo, dai muri del mondo diventeranno dunque, nello spazio della rappresentazione, parte, anzi essenza di quell’intollerabile, opprimente, ingiusto strumento di separazione.
 
Autore: Maria Grazia Stella
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