Ostia, Di Giacomo: «Uccide la madre e poi sé stesso. Le due morti appartengono alla stessa decisione»
Di Redazione il 05/09/2026
Il criminologo Aldo Di Giacomo analizza il caso di Ostia in cui un uomo avrebbe ucciso la madre per poi togliersi la vita. «Se la ricostruzione verrà confermata, omicidio e suicidio non possono essere letti come due fatti separati». Ancora da chiarire il movente.
OSTIA – «Uccide la madre e poi sé stesso. Le due morti appartengono alla stessa decisione». È l'analisi di Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali, responsabile del progetto Centro Italiano di Analisi Criminologiche, sul drammatico caso avvenuto a Ostia.
Secondo Di Giacomo, qualora la ricostruzione dei fatti venisse confermata dagli accertamenti investigativi, l'uccisione della madre e il successivo suicidio non dovrebbero essere considerati come due episodi distinti, ma come parti di una stessa sequenza decisionale.
«Bisogna comprendere il legame tra le due morti»
«Il punto criminologico del caso di Ostia è proprio questo: se la ricostruzione verrà confermata, l’uccisione della madre e il suicidio del figlio non possono essere letti come due fatti separati», afferma Di Giacomo.
«Appartengono alla stessa decisione, alla stessa sequenza mentale e distruttiva. Prima viene eliminata la persona con la quale l’uomo aveva condiviso per anni la propria quotidianità, subito dopo viene eliminato sé stesso. È questo legame tra le due morti che bisogna comprendere».
Il criminologo invita tuttavia alla prudenza sul possibile movente, che dovrà essere chiarito dalle indagini.
«Non sappiamo ancora quale sia stato il movente e sarebbe sbagliato anticiparlo», sottolinea.
La convivenza e una possibile relazione di dipendenza
L'analisi si concentra quindi sulla relazione tra madre e figlio e sulla possibilità che una convivenza molto lunga abbia determinato una progressiva condizione di dipendenza.
«Quando omicidio e suicidio sono così ravvicinati nel tempo, la domanda criminologica non è soltanto perché abbia ucciso la madre. Bisogna chiedersi perché, nella sua mente, la morte della madre fosse diventata inseparabile dalla propria».
Di Giacomo ipotizza che una lunga convivenza possa, in alcuni casi, determinare una sovrapposizione tra la propria esistenza e quella dell'altra persona, fino alla percezione distorta di non poter immaginare la fine dell'una senza quella dell'altra.
«È possibile che una convivenza molto lunga abbia prodotto una relazione di dipendenza, una progressiva sovrapposizione tra la propria esistenza e quella dell’altro, fino alla convinzione distorta di non poter immaginare la fine dell’una senza la fine dell’altra».
Si tratta, precisa il criminologo, di un'ipotesi interpretativa che dovrà essere verificata alla luce degli elementi raccolti dagli investigatori.
«La sofferenza può spiegare un contesto, non un omicidio»
Di Giacomo richiama inoltre alla necessità di non confondere eventuali condizioni di sofferenza con una spiegazione dell'omicidio.
«La malattia, la fatica dell’assistenza, eventuali difficoltà personali possono spiegare un contesto, non un omicidio. Su questo bisogna essere chiari. Nessuna sofferenza attribuisce il diritto di decidere della vita di un’altra persona».
Il criminologo invita inoltre a evitare una spiegazione semplicistica basata sul cosiddetto “raptus”.
«Per questo parlare di raptus sarebbe ancora una volta una scorciatoia. Qui dobbiamo cercare quello che è accaduto prima: dentro quella relazione, nella percezione dell’uomo, nella progressiva costruzione di una decisione che, alla fine, potrebbe avere compreso entrambe le vite».
Le circostanze, il movente e la dinamica dei fatti restano comunque oggetto degli accertamenti delle autorità competenti.
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